Dungeon Massacre



Se pur fatiche e sogni

e la mesta ubbidienza åme malvivo

fanno, e rare tue fronde, poesia,

un'ultima gaiezza mi soccorre

e brevemente il mio deserto illude.

Sorriso estremo, labile

zampillo d'acque che dal perso tempo

smorzato appena insorge, e i duri raggi

del dispietato sole di mia vita

fa un attimo brillare,

ultimo dono dell'avara infanzia,

questo: giocare.


  Se pur fatiche e sogni...

 


 

Perché più bruci, per meglio sentirti,

perché sempre il cuor mi divida

il tuo taglio assetato di lama,

perché la notte smanioso

invano a cercarti io mi dibatta

e mi raggiunga l'alba

come una morte amica,

tregua non darmi, mia vita,

lasciami l'umiliata povertà,

le nere insonnie, le cure ed i mali.

Lasciami il delirante desiderio

che si gonfia in miraggi

e il timido sangue che s'agita ad ogni

soffio.

Perché più bruci, per meglio sentire

questo tuo bacio che torce e scolora,

ogni mia fibra consuma al tuo fuoco,

ogni pensiero soggioga ed annulla,

ogni tuo dolce, la pace e la gioia,

negami ancora.


  Preghiera alla vita


 

Come un vento improvviso che m'investe

sei tu, vuota felicità d'esistere.

Tutto m'è uguale, nulla ha più sapore.

Tutto potrei, e nulla voglio.

 

Solo

così sentirti, anima, soffio, vano

della vita incantevole respiro.

 

Batte il mio cuore immobile nel tempo.

In te sola s'esalta, estenuata

libertà, bianco spazio, entro cui vedo

gli uomini farsi lievi ombre, scherzo

le cose d'impalpabili riflessi.

 

Lento mi schiudo a fiore del mio sonno,

ricolorisce i miei occhi l'aurora.

Simile ad un esangue iddio che sogni,

la notte soffocata a cui nutrivo

i miei pensieri, in fievoli parvenze,

in carnee nubi trasfiguro, in chiome

mutevoli di piante, in acque effuse,

tutto un leggero ed ebbro mondo esprimo

dalla carne rinata, e ne fiorisco

immortalmente il nero della morte.


  Canto del convalescente


 

A queste interminabili piogge

d'aprile, si feltrano i passi,

si sfaldano le voci, si disfà

il mondo

in una nube di suoni assorditi.

L'acqua del cielo lava le muraglie

e i sonnolenti pensieri,

come le piante, le pene antiche

schiude, ma senza bruciore.

Il corpo tracolla

adagio nel grembo del tempo

che senza illuse promesse ci guida

e i desideri nutrisce

anonimi e diffusi come foglie.

Così, senza sapere,

nell'impercettibile mutamento

a un tratto, ci distacchiamo.

Fusi in creta molle

attendiamo l'onda volubile

che ci riplasmi.

La natura riscatta i nostri errori,

mali d'un frutto suo,

ci rende alle sue rive inermi e ignudi.

E anch'io alla tua insidia gentile

ai tuoi incantevoli pianti e sospiri

m'affido,

a te che improvviso all'anima

nel nimbo piovoso mi rechi

il tuo perdono,

bella stagione.


  Piogge d'aprile


 

Uomo che sfioro per via col braccio

e sempre a me così paurosamente

estraneo, ti ritrovo

in questa bigia caserma, che grava

l'oscura sera di dicembre.

Tra gli scrosci dell'acqua, a mezza voce

un motivo tu accenni, ti fa eco,

invisibile, un altro.

 

Dal finestrino in sé raccolti tremano

gli alberi scarni del cortile.

 

Penso perché t'ho tradito, perché

l'istessa tua lingua io non parli, perché

l'eguale nostra pena

io debba in queste confuse parole

che non intendi, esprimere. La muta

poesia mi fa nodo in cuore. Questa

mano ch'io porgo, inutile

lasci cadere.

 

Ma stasera, invisibile, anch'io sono

un tuo fratello. Tra gli scrosci d'acqua

un motivo tu accenni, io seguo, un altro

fischiettando fa eco, un coro sorge.

Dalla dura ubbidienza quotidiana

sciolte alfine le membra dentro il lene

bagno domenicale, prigionieri

rassegnati, la timida

libertà nostra in musica s'esala;

 

a mezza voce, finalmente insieme,

miei fratelli, cantiamo.


  Bagni popolari



Risa di cielo alle finestre, case

colline strade discese

più tardi in sogno,

al carosello improvviso che un tuffo

d'aria attorno a un'edicola

finge

con ali variopinte di giornali,

mi turbinano in cuore. E il fiume denso

franto d'ombre di ponti, la regata,

il pulviscolo acceso di bandiere

ed il battere fermo delle pale.

 

Città che m'hai cresciuto

senza riparo

per queste vie rettilinee, per questi

interminabili viali, spazzati

dal vento,

la tua antica ferita non so ancora

peredonarti: e come

ad una donna che ci offese, e un giorno

dopo tanti anni

risale da un dolente sonno, ancora

torno a chiederti in lacrime

cosa m'hai fatto.

 

Lagrime in sonno, perduta elegia,

solo fievoli ombre e sensi, alcuna

tua cosa viva non mi giunge incontro.

discendo verso il fiume

tra i neri mirti del viale, e l'aria

scurisce, e tutto è consumato, e di tanta

vita e tanto dolore

più non affiora

che quel baluginio d'acque lontane,

fondo amaro del sangue, fantasia,

ridente nulla che in sillabe esprimo.

Più bruciante ti fai quanto più vano,

ti chiudo e tu mi sfuggi tra le dita,

volto della spietata adolescenza.

Brancolo sopra le tue pietre sorde,

tento le sconnessure dei ricordi,

immobile e rapito

ad occhi chiusi aspiro

questo tuo inebriante odor di morte.

 

  Ritorno a una città


 

L'iridato

getto che il vento obliqua e sfrangia, vela

per un istante il paesaggio

lo appanna come una memoria.

Poi di colpo s'imprimono

nella stillante acqua il fico, il nespolo

del Giappone, arde il chiaro

deliquio delle rose. A sommo

del muro gli archi del loggiato, le

persiane verdi e nere

s'inseguono, più su la fuga ilare

dei meli scende a picco, scendono

monti e ombre di monti.

Bellezza un poco cruda, non mia forse,

e troppo mia,

come una spada lampeggiante un giorno

mi feristi nel sonno adolescente,

dentro t'ebbi a non farmi più dormire.

 

  Giardino

 

Fine di stagione, 1933


 

Sospirata parola, che alla fine

mi sei giunta, m'hai colto

in un momento di disattenzione,

e ti vuoi improvvisa, non cercata,

sfuggi al gesto raro, alla misura

esorbitante. D'una riga t'orli

di mare, gonfi in nube, ti dibatti

come colomba, sorgi in cima al semplice

respiro della voce, all'indolente

mano che ti scandisce, ed urgi - trepida

cosa tra cose - a collocarti in questa

calda, iridata, precisa esistenza. 


   Arte poetica

 Levania e altre poesie, 1956


Sergio Solmi

(Rieti, 16 dicembre 1899 – Milano, 7 ottobre 1981)

Oppere in Adelphi

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